petra magoni

Dal 9 al 18 Novembre Petra Magoni e il Don Giovanni al Teatro Olimpico di Roma

Dal 9 al 18 Novembre Petra Magoni e il Don Giovanni al Teatro Olimpico di Roma.

Wolfgang Amadeus Mozart può essere amato da qualsiasi musicista, al di là della nazionalità, del colore della pelle, dell’eventuale diploma in conservatorio, del genere di musica che preferisce o che suona, e l’Orchestra di Piazza Vittorio lo affontra di nuovo dopo lo straordinario «Flauto Magico» (titolo esatto: «Il Flauto Magico secondo l’Orchestra di Piazza Vittorio») che ha messo in scena nel 2007 e ha via via replicato in tutto il mondo con enorme successo.

Stavolta tocca al «Don Giovanni», che il compositore scrisse nel lontano 1787, quando aveva 31 anni (poi arrivarono «Così fan tutte» e «Le nozze di Figaro»: lui morì a 35 anni) e la cui versione piazzavittoriana va in scena dal 9 al 18 novembre al Teatro Olimpico di Roma per poi continuare, come al solito.

Lo spettacolo è prodotto dall’Accademia Filarmonica Romana (che per l’Orchestra ha già realizzato tre anni fa la «Carmen») dal Festival “Les nuits de fourvière” di Lione (che ha accolto nel giugno 2017 la prima assoluta) e dalla Fondazione Teatro di Napoli–Teatro Bellini.

«Ai tempi del “Flauto Magico” il progetto di mettere le mani su un capolavoro ci sembrava folle, poi abbiamo deciso di svilupparlo come se l’opera di Mozart fosse una favola musicale tramandata in forma orale e giunta in modi diversi a ciascuno dei nostri musicisti, che vengono da mezzo mondo.

Come succede ogni volta che una storia viene trasmessa di bocca in bocca e di generazione in generazione, le sue vicende e i suoi personaggi si sono trasformati, e anche la musica si è allontanata dall’originale», diceva l’OPV undici anni fa. E adesso ha continuato a seguire la sua linea.

Per il «Don Giovanni» (dramma giocoso in due atti su testi di Lorenzo Da Ponte, titolo completo  «Don Giovanni, ossia Il dissoluto punito») l’atteggiamento è stato il medesimo.

Provate a immaginare anche stavolta che l’opera mozartiana abbia attraversato il mondo con i mezzi allora a disposizione e che, viaggiando di voce in voce e di secolo in secolo, sia stata contaminata con iniezioni di reggae, jazz, ritmi africani e latini, rock, blues, folk e suoni multietnici, come se la vicenda e le sue note fossero state tramandate oralmente e avessero percorso ben cinque continenti prima di arrivare al traguardo.

La mitica formazione multietnica nata al romano Esquilino e composta da musicisti di undici diversi paesi ha riveduto, riletto, reinventato e messo in scena la composizione in una versione eseguita in varie lingue che è ancora una volta, com’è la regola e come scoprirete, una vera e propria lezione di musica e di fantasia.

«Siamo abituati all’idea di un Don Giovanni burlone, che si finge spesso un altro – racconta Mario Tronco, direttore dell’Orchestra e regista dell’opera insieme a Andrea Renzi. – Il fatto è che il travestimento e la mascherata erano per Mozart tentazioni irresistibili, come capita a noi membri dell’orchestra. Per dirla con le parole di Fedele d’Amico, Don Giovanni inganna le donne non tanto per il piacere di conquistarle, ma si prodiga a conquistarle per il piacere di ingannarle».

Ecco allora il nuovo lavoro (avremmo già detto capolavoro, ma diamogli il tempo di offrire le prime repliche romane) nel quale i personaggi, fra arie, duetti e pezzi d’insieme, percorrono fino in fondo le loro storie, rese vive e attuali dai travestimenti linguistici e musicali realizzati da Mario Tronco, Leandro Piccioni e Pino Pecorelli.

Vediamo subito i ruoli: Don Giovanni è nientedimeno che la vocalist Petra Magoni, Donna Anna è Simona Boo, Donna Elvira è l’albanese Hersi Matmuja, Zerlina è interpretata sia da Mama Marjas (pugliese) che da Frances Alina Ascione(americana di Hollywood), Don Ottavio è il brasiliano Evandro Dos Reis, Leporello è alternativamente impersonato da Mama Marjas e dal senegalese Pap Yeri Samb, Masetto è il tunisino Houcine Ataa, e allo loro spalle suonano il pianista Leandro Piccioni, il tastierista Andrea Pesce, il chitarrista Emanuele Bultrini, il contrabbassista Pino Pecorelli e il batterista cubano  Ernesto Lopez Maturell.

Inutile dire che come al solito i ruoli sono stati affidati ai membri dell’orchestra più adatti a ricoprirli grazie alla loro versatilità, alla loro bravura nel calarsi in quei panni altrui che meglio si adattano alle rispettive capacità interpretative, ai loro caratteri.

Un esempio? Don Giovanni a un certo punto è quasi un redivivo Cab Calloway (grande star del musical americano, nato nel 1918 e scomparso nel 1994: anche se siete giovani lo ricorderete cantare «Minnie The Moocher» nel leggendario film «The Blues Brothers» con la sua big band) che si muove in un immaginario Music Club, dall’ambientazione anni Venti ma anche fortemente contemporanea, dove dirige la sua orchestra e il suo destino in una pulsione di libertà e perdizione, e sarà a dir poco curioso vedere come Petra Magoni riesce a vestirne gli abiti.

Spiega Tronco che «Amare le donne e diventare ogni volta un altro, come succede al protagonista dell’opera, potrebbe essere una definizione del teatro come luogo in cui esseri in carne ed ossa si fingono altri. Il nostro Don Giovanni parte però da presupposti diversi, e l’idea è quella di sempre: rappresentare se stessi nei panni di altri, recitare il ruolo di se stessi con le parole e il carattere di personaggi di fantasia. L’opera buffa non è, in realtà, apertamente realistica, basata su personaggi della vita quotidiana? Beh, il Don Giovanni lo è totalmente, con una novità assoluta: l’invenzione dell’intervento sovrannaturale che nella nostra rilettura prende la forma dell’inconscio».

Nella ricostruzione dell’Opv il protagonista invita a cena una statua dell’uomo che ha ucciso, evento che se nella commedia dell’arte era bizzarria comica oggi si potrebbe considerare un esercizio di psicanalisi: sfida la morte a viso aperto e non si traveste mai perché lui stesso è maschera, androgino dalla sessualità indefinita, uomo e donna al tempo stesso. Tutto quello che fa è alla luce del sole, frutto del suo fascino e del potere che il ruolo gli concede: maestro d’orchestra, compositore della musica che l’orchestra suona, padrone ed amante dei musicisti.

Quanto agli altri personaggi, secondo Tronco & compagni Donna Elvira vive il suo «contrasto d’affetti», la tenera e vendicativa Donna Anna oggi potrebbe essere psico-analiticamente definita come una passiva aggressiva, Don Ottavio è sospeso fra un amore omosessuale per il maestro e quello ufficiale per Donna Anna, Zerlina è scaltra e ingenua perché ignara della sua intelligenza, Masetto è un cornuto che non disdegna un ménage à trois con i suoi traditori, Don Giovanni e Zerlina. E ancora, Leporello vive la sua contraddizione fra vita da briccone e finale identificazione.

Se è vero che Don Giovanni finisce dannato, insomma, il suo fascino positivo e vitale rimane intatto, e privilegiare la sua condanna rispetto alla sua apoteosi non è possibile. «Non potevamo finire l’opera in maniera diversa da come la sentirete venendoci ad ascoltare», spiega l’Opv. Non vi perdete le repliche romane: oltre a farvi scoprire le mille possibilità dell’orchestra, potrebbero addirittura farvi riscoprire un nuovo Mozart, stavolta multietnico e in supertechnicolor, come forse lo storico compositore avrebbe voluto essere se fosse nato due secoli e mezzo dopo.

 

Leggi su: Il Messaggero

 



 

SEGUICI SU INSTAGRAM