Ogni anno Sanremo cambia faccia, scenografia, hashtag ufficiale e numero di polemiche.
Ma una cosa resta immutabile: le canzoni. O meglio, i tipi di canzoni.
Durante le selezioni di Area Sanremo, tra vocalizzi acrobatici, giacche di velluto e genitori con lo sguardo da talent scout, emerge una verità universale: non importa l’epoca, il contesto o il governo in carica, a Sanremo certe formule tornano sempre.
Ci sono la ballata strappacuore con pianoforte e pioggia emotiva inclusa, il rap “di strada” con accento forzatamente romano, il brano etereo in lingua inventata che “parla all’anima” (ma non al dizionario).
C’è il pop motivazionale da palestra, il folk con ukulele e fischiettio obbligatorio, il lamento esistenziale in minore che nessuno capisce ma tutti rispettano.
Non mancano il reggaeton timido, quello che vorrebbe far ballare ma chiede scusa; la canzone dedicata alla nonna, che vince sempre per KO emotivo; il rock impegnato con riferimenti colti e chitarre poco accordate; e infine lei, la canzone che vuole vincere Sanremo, così perfetta da sembrare già un ricordo.
Sanremo cambia, ma non troppo.
E forse va bene così.
Perché in mezzo a questi cliché eterni, c’è ancora chi crede davvero che una canzone possa fare la differenza. Magari non nel mondo.
Ma almeno sul palco dell’Ariston.
E se va male… resta sempre la focaccia.
