La rubrica di Marco StanzaniArtisti di spalle: Sting

Maggio 26, 2022
QUELLA VOLTA CON STING

 

Nell’estate 1988 io ero direttore di una emittente radio bolognese e ancora non immaginavo che sarei finito a lavorare nel settore della comunicazione in ambito musicale. Per questo quando la radio mi permise di andare a Firenze ad assistere al concerto di Sting, col mio pass di accesso al backstage mi sentii come Lucignolo nel paese dei balocchi. Sting aveva da meno di un anno pubblicato il disco Nothing Like The Sun, una autentica perla ed io provai un brivido ad assistere all’ingresso dei fans all’apertura cancelli per una volta al di fuori di quella calca della quale avevo fatto parte in mille altre occasioni. I miei colleghi più sgamati avevano già intervistato sting in hotel nel pomeriggio ma io che ero un assoluto novizio mi ero lasciato sfuggire l’opportunità.

Nonostante ciò non mi persi d’animo e domandai al management italiano dell’artista se poteva intercedere per me affinché sting mi ricevesse in camerino per una breve intervista. Ovviamente non spiccicavo una parola di inglese, ma mi sentivo forte del fatto che mi ritenevo il quarto elemento aggiunto degli ormai disciolti Police. Dopo una mezzora un inglese sulla trentina, il quintale di peso e i capelli rossi, mi fece intendere che avrei dovuto aspettare nel retropalco vicino ad alcuni fly cases appoggiati li momentaneamente. La tensione iniziò a salire e tentai di stemperarla controllando che il walk-man del quale ero fornito fosse carico e con la cassetta bella inserita per l’eventuale intervista insperata. Lì dietro era un viavai continuo di tecnici e operai della crew che strillavano ordini in inglese per il posizionamento delle luci, il montaggio di pedaliere sul palco e quant’altro. Erano tutti inglesi con tute ed elmetti gialli d’ordinanza per la sicurezza personale. Un ragazzo biondo coi capelli raccolti sotto al caschetto giallo mi chiese gentilmente di spostarmi perché doveva controllare una chitarra ed un basso. Con l’italiano si arrangiava, aveva la voce nasale, era smilzo, mi disse di chiamarsi Gordon, mi strinse la mano, mi chiese cosa facessi lì, glielo spiegai e lui mi chiese di aiutarlo mentre aspettavo. Io appoggiai il mio walk-man e gli raccontai che ero figlio di un bolognese e di una ferrarese.

Lui mi disse essere nato a nord di Newcastle. Io gli dissi che avevo avuto una sbandata per la discomusic negli anni 70 ma che poi era arrivato il punk a riportarmi sulla retta via, anche se, ammisi, il mio gruppo preferito era sempre stato quello dei Police che col punk c’entravano pochino. Lui invece mi disse di essere appassionato di jazz e mi confessò che per un arco di tempo nemmeno troppo breve aveva addirittura fatto l’insegnante. Ci bevemmo una birra assieme, seduti sui cases della produzione, ogni tanto passava qualcuno lo salutava ma lui non rispondeva quasi mai, continuando a parlottare con me in maniera riflessiva, guardando in basso, aprendo e chiudendo continuamente il vano del mio walk-man. Parlammo delle rispettive famiglie e di altro ancora per circa venti minuti, poi al momento dei saluti mi chiese perché continuassi a restare li dietro. Gli risposi che se avevo anche solo una possibilità di intervistare Sting non mi sarei mosso da lì per tutto l’oro del mondo … “ma lo hai appena fatto” mi disse, poi se lo prese a braccetto una ragazza della produzione che lo scortò fino al camerino.

 

A cura di
Marco Stanzani

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