Che programma sarebbe X Factor se, al posto dei quattro giudici, davanti ai concorrenti ci fosse una giuria composta da un presidente come Stefano Senardi e da 20 professionisti provenienti da major, etichette indipendenti, produzione musicale e songwriting?
Gente che la musica la fa davvero, insomma.
Non necessariamente chi la commenta.
Non sarebbe esattamente lo stesso programma che conosciamo oggi. E probabilmente sarebbe molto meno televisivo.
Ma forse sarebbe interessante.
Anzi: musicalmente sarebbe un incubo meraviglioso.
La giuria di X Factor 2026 è composta da Irama, Francesco Gabbani, Jake La Furia e Paola Iezzi, con Giorgia alla conduzione. È una formazione che mette insieme percorsi artistici differenti e competenze maturate direttamente nella musica.
Ma proviamo per un momento a immaginare un’altra formula.
Altro che “sei credibile”
Dopo l’esibizione, invece delle classiche:
“Ti vedo in una direzione urban.”
oppure:
“Hai una voce interessante.”
oppure ancora:
“Sei credibile.”
partirebbe qualcosa di decisamente più complicato.
“Il secondo ritornello perde tensione rispetto al primo.”
“Perché hai scelto proprio questa struttura?”
“Il testo è coerente con il personaggio che stai costruendo?”
“Qual è il tuo riferimento produttivo?”
“Dove vuoi collocare questo progetto?”
E, soprattutto, qualcuno avrebbe il coraggio di pronunciare la parola proibita:
mercato.
A quel punto il concorrente inizierebbe probabilmente a rimpiangere il semplice “sì” o “no”.
Le audizioni durerebbero sei ore
Perché con 20 professionisti al tavolo ci sarebbe un piccolo problema.
Ognuno avrebbe un’opinione.
E tutti vorrebbero esprimerla.
Il produttore direbbe:
“Cambierei il ritornello.”
L’autore:
“Io riscriverei la seconda strofa.”
L’A&R:
“Prima di tutto: ma tu chi sei davvero?”
Il discografico:
“Ok, ma qual è il progetto che c’è dietro questa canzone?”
Il responsabile marketing:
“E come la racconteresti al pubblico?”
Il produttore:
“Prima pensiamo alla canzone.”
L’A&R:
“Prima pensiamo all’artista.”
E dopo quaranta minuti sarebbe ancora in discussione la prima strofa.
A quel punto entrerebbe in scena Stefano Senardi, con calma zen, per ricordare a tutti una cosa abbastanza semplice:
la canzone deve emozionare.
Non deve necessariamente complicare la vita a chi la sta ascoltando.
Le categorie di X Factor cambierebbero completamente
Dimentichiamoci le vecchie categorie.
Con questa giuria potremmo avere:
“Quelli che hanno un’identità”
Artisti che sanno chi sono, cosa vogliono raccontare e perché stanno facendo musica.
“Quelli che credono di averla”
Categoria numericamente molto più affollata.
“Quelli che la cercano da anni”
Potenzialmente bravissimi.
Ma ancora senza una direzione abbastanza chiara.
“Quelli che l’hanno persa dopo il primo singolo”
Una categoria tristemente attuale.
Perché avere una bella canzone non significa automaticamente avere un progetto musicale.
E forse sarebbe proprio questo uno degli aspetti più interessanti di un talent del genere:
non giudicare soltanto la performance, ma cercare di capire l’artista che c’è dietro.
E il televoto?
Naturalmente, il televoto dovrebbe sparire.
Al suo posto:
una relazione tecnica di 14 pagine.
Da consegnare entro le 23:59.
Con:
- analisi del brano;
- riferimenti artistici;
- playlist di riferimento;
- ipotesi di produzione;
- analisi del posizionamento;
- proposta di identità visiva;
- strategia di lancio;
- indicazioni sul pubblico;
- eventuale piano B.
E magari, in fondo, una domanda semplice:
“Perché dovremmo ascoltare ancora questo artista tra cinque anni?”
Il problema è che probabilmente non lo guarderebbe nessuno
Ed è qui che la provocazione diventa interessante.
Un programma del genere sarebbe probabilmente:
bellissimo, profondissimo, utilissimo.
E anche terribilmente difficile da trasformare in televisione.
Perché il pubblico vuole emozionarsi.
Vuole vedere una performance.
Vuole affezionarsi a un personaggio.
Vuole conoscere una storia.
Vuole partecipare.
Una riunione di A&R, produttori, editori e autori che discutono per 45 minuti sulla struttura armonica di un brano potrebbe essere straordinariamente interessante per chi lavora nella musica.
Per tutti gli altri, forse un po’ meno.
E X Factor, prima ancora di essere un laboratorio discografico, è uno show televisivo.
Quindi il compromesso è inevitabile.
Però la provocazione ci dice qualcosa di importante
Perché sotto la battuta sulla giuria c’è una domanda seria:
quanto conta davvero la competenza musicale quando si cerca di capire se un artista ha un futuro?
Una performance televisiva può essere convincente.
Una bella voce può attirare l’attenzione.
Un’immagine può funzionare.
Un momento televisivo può diventare virale.
Ma un progetto musicale ha bisogno di molto altro.
Ha bisogno di identità.
Di canzoni.
Di coerenza.
Di una direzione artistica.
Di una produzione adeguata.
Di qualcuno che sappia leggere il mercato senza trasformare l’artista in un prodotto indistinto.
E soprattutto di una capacità che spesso viene sottovalutata:
capire cosa vale la pena sviluppare.
Non tutto deve essere cambiato.
Non tutto deve essere corretto.
A volte il lavoro di un professionista consiste proprio nel capire cosa non bisogna toccare.
Il talento non è soltanto quello che si vede sul palco
È questo, forse, il punto più interessante.
Quando guardiamo un talent show vediamo tre minuti.
Dietro quei tre minuti dovrebbe esserci un progetto.
E quel progetto comprende molte più cose:
artista → canzoni → produzione → identità → pubblico → comunicazione → mercato.
Per questo, quando si lavora con un artista emergente, la domanda non dovrebbe essere soltanto:
“Questa canzone è bella?”
Ma anche:
“Questa canzone è coerente con l’artista che vogliamo costruire?”
E ancora:
“Dopo averla ascoltata, qualcuno avrà voglia di ascoltare anche la prossima?”
Perché il vero obiettivo non è necessariamente trovare il singolo perfetto.
È costruire un percorso che abbia senso anche dopo il singolo.
Forse non serve una giuria di 20 persone
Alla fine, probabilmente, no.
Non servono venti esperti per decidere se un artista merita di essere ascoltato.
Ma servono competenze diverse per affrontare un progetto musicale in modo completo.
E soprattutto serve qualcuno capace di mettere ordine tra tutti quei pareri.
Perché l’artista non ha bisogno di sentirsi dire venti cose diverse.
Ha bisogno di capire:
quali sono davvero importanti e cosa farne.
Ed è forse questa la differenza tra una semplice opinione e una consulenza professionale.
La prima dice:
“Io farei così.”
La seconda prova a spiegarti:
“Per il tuo progetto, in questo momento, partirei da qui. E ti spiego perché.”
Ed è anche il motivo per cui, in Red&Blue, quando analizziamo un progetto musicale non ci limitiamo a dire se ci piace oppure no.
Cerchiamo di capire dove si trova l’artista, cosa sta costruendo e quali possono essere i prossimi passi.
In fondo, forse, X Factor ci insegna proprio questo:
il talento può farti entrare dalla porta.
Ma poi servono canzoni, identità, competenze, strategia e lavoro per capire dove andare.
E se mai dovessero davvero creare quel talent con 20 discografici in giuria, noi abbiamo già una richiesta:
per favore, almeno una puntata dedicatela alla discussione sul secondo ritornello.
Potrebbe durare tutta la serata.
Ma almeno parleremmo di musica.
Stai preparando un nuovo singolo e non sai come organizzare la promozione?
Prima di pensare a quanti stream farai, chiediti a chi vuoi arrivare, quale storia vuoi raccontare e quale percorso vuoi costruire intorno alla tua musica.
È da qui che dovrebbe partire una strategia di promozione musicale.
Red&Blue Music Relations lavora da oltre vent’anni nella promozione e comunicazione musicale, affiancando artisti e progetti nella costruzione di strategie personalizzate.
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