La rubrica di Marco StanzaniManeskin, analisi di un successo

Novembre 3, 2021

Il 2021 sarà un anno che ricorderemo a lungo, non solo per la pandemia, ma anche per la fila interminabile di successi che l’Italia ha collezionato in ambito sportivo e artistico, grazie anche al fenomeno Maneskin.

In soli quattro anni si sono (o sono stati?) proiettati ai vertici delle classifiche di ogni dove. Tralasciando infatti i successi sanremesi ed europei, i Maneskin sono già da mesi in cima agli ascolti di Spotify, piattaforma svedese di streaming legale amatissima in tutto il globo.

Ma che cos’hanno di speciale i Maneskin per essere arrivati a questi livelli? È stata fortuna, talento o forse esiste davvero qualcuno di così tanto potente da riuscire a spingerli in vetta?

A fine ’99 mi ritrovai a gestire un fenomeno mediatico imprevisto, i Lunapop. Con loro producemmo un album d’esordio che risulta essere a tutt’oggi il quinto disco più venduto nella storia della musica italiana, sorpassando artisti come Battisti, Vasco o Battiato.

Da una ipotesi di tour di concerti gratuiti nelle piazze, fummo costretti a fare dello Squerez Tour un serie di live a pagamento negli stadi. In quel periodo, molti accusavano questa band di ragazzini di essere un fenomeno mediatico costruito a tavolino.

Io, che ero dietro a questa macchina, dico che si può essere bravi nel produrre e promuovere un fenomeno virale, ma senza l’elezione popolare scatenata e il passaparola non si arriva a certi livelli.

I Maneskin somigliano in un certo senso ai miei ragazzi di vent’anni fa, ma vivono uno spessore espositivo e un interesse mediatico ben più ampio. Con i Lunapop, ad esempio, rimanemmo confinati in Italia, nonostante qualche tentativo in Spagna grazie alla Blanco Y Negro.

Per provare a dare una spiegazione al successo dei Maneskin occorre analizzare i tempi che stiamo vivendo. Quando si raggiungono questi livelli bisogna saper riconoscere il talento (per la verità, apparso evidente già dalle prime esibizioni a X Factor), ma anche accettare la buona dose di fortuna che posiziona i nostri eroi al “posto giusto nel momento giusto”.

Se è vero che coi Lunapop ci ritrovammo a fare i conti con brani scritti da Cremonini, d’ispirazione brit-pop e conditi da pause smaccatamente anni ’60, coi Maneskin dobbiamo allargare il raggio d’azione e guardare oltre confine, dove appare evidente quanto la Generazione Z insegua un rock anni ’90 sporco e cinico, distante dalle zeppe e dai pantaloni a zampa d’elefante esibiti dai Maneskin e che potremmo associare a progetti come Greta Van Fleet o Struts.

I mercati anglosassoni sono abituati a soluzioni artistiche di questo tipo, ma l’avvento dall’Italia di una band come i Maneskin ha suonato un po’ come il classico “schiaffone prima ancora d’iniziare a parlare”.

E allora? E allora sta a vedere che questa band ha prodotto così tanto successo nel mondo proprio grazie, e non a causa di, questa italianità un tempo così bistrattata e ora improvvisamente diventata di moda!

Considerando quanto si sta cavalcando un’immagine di “ripresa” del nostro Paese che, dopo la Cina, è stato il primo a dover affrontare in pieno la pandemia, potremmo quasi affermare che i Maneskin si stanno ergendo come testimonial mondiali di questa nostra rinascita culturale e artistica.

Per riuscirci è fondamentale mostrarsi in rottura con la tradizione, portando un rock accessibile, distante da inclinazioni politiche tipiche del cantautorato impegnato, energico, ribelle e potente.

Pur apparendo sempre semplici e simpatici, i Maneskin si sono da subito esposti come sostenitori dei diritti LGBTQ+, schierandosi apertamente a favore della lotta contro omofobia, razzismo, sessismo o qualsiasi altro genere di discriminazione.

Il fatto che i Maneskin, al di là dei suoni duri, mi appaiano un po’ come i vicini di casa ai quali poter tranquillamente suonare il campanello e chiedere il sale, mi convince che dietro al loro successo non vi sia alcun complotto.

In fondo, fenomeni del genere in altri paesi sono all’ordine del giorno: un anno fa non sapevamo chi fosse Olivia Rodrigo, ora la celebriamo come l’artista che ha ottenuto più ascolti su Spotify nell’ultimo anno solare.

Ho vissuto il fanatismo e il delirio mediatico dietro a un gruppo di ragazzini, e da quella esperienza ho capito che il successo di un artista—così come l’esplosione di qualunque fenomeno culturale—è spesso il risultato di un incrocio di circostanze complesse da afferrare nella loro interezza. E raramente viene deciso da uno stretto numero di persone.

I Maneskin si meritano dunque questo successo? Al di là del mio parere, penso che stia un po’ all’ascoltatore deciderlo. Quel che è certo è che l’ingenuità nell’approccio alla musica dal basso ha sicuramente contribuito. Per un panorama musicale più variegato occorrono ascoltatori più curiosi.

Sta a vedere che alla fine è tutto merito di Spotify.

 

a cura di
Marco Stanzani

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