musica, una questione di cultura

Musica. E’ solo una questione di cultura?

Mettiamoci il cuore in pace, la musica è diventata un bene al cui significato sempre più frequentemente si associa di default la parola “gratis”.

Voglio dire, se si decidesse di installare una mensola in casa, nessuno di noi si sognerebbe di andare in ferramenta a domandare “chiodi gratis”.

Eppure se si annuncia l’arrivo di Tiziano Ferro per un live allo stadio, ecco che si apre la caccia a gente che lavora in questo settore (foss’anche tutt’altro che quello dei concerti, ma  pur sempre nella musica) per capire, dopo un minuzioso giro di parole che in confronto Fosbury parrebbe un novellino, se per caso ci fosse mai la possibilità di avere biglietti gratuiti, pass backstage o altro per il suddetto concerto. Superato il classico scoglio del “no mi spiace” la domanda più frequente è sempre la stessa: “Nemmeno a pagamento?”.

Che di comprare dischi non se ne parla più da tempo, ma mai e poi mai rinunciare ad un concerto .
Quella del luogo comune che vorrebbe che i dischi costino troppo è una convinzione popolare che basterebbe poco a sfatarla: perché un disco che costa 15 euro viene valutato troppo oneroso, mentre un concerto a 80 euro è comunque una spesa sostenibile al punto da far sparire biglietti nel giro di pochi minuti? Non è forse vero che un disco potrei ascoltarlo 50 volte al giorno per 50 anni della mia vita mentre un concerto si risolverebbe in novanta minuti, salvo casi eccezionali?

E’ solo una questione di cultura.

D’altronde quando c’erano Tele+ e Stream a contendersi il mercato della proposta satellitare in tv, circolavano password pirata che ci permettevano di poter usufruire di entrambi servizi a sbafo. In quel momento in Italia esistevano più di 9.000.000 di parabole, ma i contratti regolarmente sottoscritti non arrivavano al milione.

Poi un bel giorno ci svegliarono e ci dissero che Tele+ e Stream non esistevano più. Ora tutto si era uniformato sotto un unico logo, Sky, e per poter vedere la propria squadra del cuore era ora necessaria la sottoscrizione di un abbonamento. Fu quello uno dei giorni più nefasti della nostra intera esistenza. Qualcuno ci telefonò e ci chiese dei soldi. E l’italiano medio, che avrebbe ammazzato la mamma piuttosto che rinunciare alla propria squadra del cuore, fu costretto a sottoscrivere un contratto da 60 euro bimestrali pur di vedere le partite. E così 15 euro per un disco no. Ma 30 euro al mese per vedere Sky, invece quelli si. Solo una questione di cultura.

Quella stessa cultura che fa si che se noi uscissimo a bere una birra a Londra, alla seconda canzone degli U2 interpretata dalla band del posto, inizieremmo a fischiare. Diremmo: “Se volevamo sentire gli U2 saremmo restati a casa nostra, perciò fateci i pezzi vostri”.
Ora ci trasferiamo in un pub italiano. Al secondo brano originale della band del posto, il gestore del locale sarebbe costretto a intervenire, obbligando la band a fare cover degli U2. “Perché la gente deve cantare, deve ballare, deve sudare e consumare al bar come se non ci fosse un domani”.In Inghilterra una band passa alla radio dopo che si è fatta il culo a suonare nei club. In Italia invece suoni nel club solo dopo che sei diventato famoso alla radio.

Ma questa è un’altra storia … anche se pur sempre una questione di cultura.

Playlist con 20 song imperdibili (se non altro per una questione di cultura) 😉

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