La rubrica di Marco StanzaniNon dite che la radio è in crisi, è solo diventata più noiosa.

Dicembre 21, 2020

Quando sono usciti i dati sul terzo trimestre di ascolti tutti a gridare alla crisi della radio come se la pandemia esistesse per tutti tranne che per lei. Se la gente è costretta a casa e non può girare in auto per un lungo periodo a causa dei lockdown, è evidente che gli ascolti delle radio siano destinati a registrare un calo fisiologico.

La nascita delle piattaforme di streaming legale (spotify ed affini) hanno permesso alla gente di non dover attendere un bel disco alla radio ed ora possono scegliere autonomamente cosa e quando ascoltare la musica migliore. Questo la radio ovviamente l’ha capito, ora sa che la gente se sceglierà di ascoltare quella emittente sarà perché quella stessa stazione ha contenuti più interessanti. Questa presa d’atto da parte della radio ha fatto si che il campionato della radiofonia si decidesse solo sulla base di una buona o cattiva conduzione, di programmi accattivanti, di notizie servite con una tempestività quasi maniacale da redazioni sempre più agguerrite a mettere il microfono sotto al naso dell’intervistato con il logo bello in vista.

Questo processo ha determinato un allineamento totale dal punto di vista della scelta della musica alla radio, proponendo un monotono piattume sulla proposta musicale che ha spostato su altri lidi l’attività di uno scouting artistico che negli anni 90 apparteneva di diritto alla radio stessa.

Da anni ormai il successo di un artista non lo si misura più sulla base dei dischi venduti, quanto piuttosto sulla base degli ascolti che le sue canzoni riescono a generare.Questa anticamera al successo generata da Spotify viene poi raccolta dalla radio la quale sfrutta le piattaforme di streaming per capire quali canzoni sono preferite da quel target di pubblico che le interessa. Quando la radio fa la spesa su Spotify contribuisce alla consacrazione del tal artista rendendo partecipe anche un pubblico più nazional popolare delle sue gesta artistiche. Quel che manca alla radio attuale insomma, è il coraggio di strambare e seguire altre rotte da quelle scelte dalle emittenti competitor. Una volta se in editoria Repubblica pubblicava una raccolta di ricette a dispense, potete stare sicuri che anche il Corriere il giorno dopo avrebbe fatto la stessa cosa.

Più o meno accade così anche in radiofonia e se “Hypnotized” di Purple Disco diventa il brano più programmato sulle radio italiane nel 2020, è perché se a qualche programmatore quel pezzo avesse creato qualche dubbio, il fatto che lo stessero suonando tutte le altre radio competitor ha certamente contribuito a dissiparlo. Negli anni novanta se una radio registrava ascolti in calo, subito si correva ai ripari studiando scelte diverse sulla base della linea musicale. Ora le cose sono cambiate perché la musica scelta da una radio è la stessa che stanno suonando le altre emittenti, per cui se c’è qualcosa che non va, andrà certamente ricercato nella conduzione e nella qualità dei programmi.

Non dite però che la radio è in crisi, è solo diventata più noiosa. E’ come una moglie o un marito col quale conviviamo da secoli, a volte la vorresti distruggere, ma in fondo la ami perché sai che fa ormai parte della tua vita e in quel posto nel tuo cuore ci rimarrà fino alla fine dei nostri giorni.

Perché come disse Marylin Monroe prima di passar a miglior vita: “Non è vero che non ho avuto niente. Ho avuto la radio”.

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