Perché pensiamo sempre che la musica di oggi sia peggiore?

Febbraio 19, 2026

C’è un momento preciso nella vita di ogni appassionato di musica in cui accade qualcosa di irreversibile.

 

Ti svegli una mattina, accendi la radio, apri Spotify o TikTok, ascolti una canzone nuova e pensi: “Ma che roba è? Ai miei tempi la musica era un’altra cosa.”

Ecco. In quell’istante entri ufficialmente nel club più antico del mondo: il Club di Quelli Convinti che la Musica Sia Peggiorata.

Secondo alcune stime archeomusicali, sarebbe stato fondato attorno al 3000 a.C., quando un tizio sumero si lamentò che “le nuove melodie per lira non hanno più la profondità di quelle di una volta.”

Ma perché succede davvero?

Perché ogni generazione è convinta che la musica sia precipitata subito dopo il proprio periodo d’oro?

La risposta è un mix di psicologia, nostalgia, industria musicale e — fondamentale — autoironia.

Il picco musicale personale

Gli psicologi lo chiamano reminiscence bump: tra i 12 e i 25 anni viviamo il periodo emotivamente più intenso della vita.

È l’età in cui:

  • ci innamoriamo per la prima volta
  • scopriamo chi siamo
  • facciamo tardi la sera
  • ascoltiamo musica in quantità industriali

La musica di quegli anni diventa la colonna sonora della nostra identità.
Risultato: tutto ciò che arriva dopo sembra meno potente — non perché lo sia davvero, ma perché noi siamo cambiati.

“La musica di oggi è tutta uguale” (anche quella di ieri lo era)

Ogni epoca ha avuto i suoi cliché musicali:

  • anni ’50 → tre accordi identici
  • anni ’80 → synth fotocopia
  • anni ’90 → cantanti alternative con voce strozzata
  • anni 2000 → autotune ovunque
  • oggi → trap e format ripetuti

Il mercato musicale funziona da sempre per cicli e formule. La differenza è che del passato ricordiamo solo i capolavori, non le centinaia di brani mediocri finiti nel dimenticatoio.

“I cantanti di oggi non sanno cantare”

Frase ufficiale del Club.

Eppure basta ascoltare certi live anni ’70 per scoprire stecche epiche e performance discutibili. La vera differenza è che oggi tutto viene registrato, condiviso e commentato. La mediocrità non è aumentata.
È solo più visibile.

Il filtro nostalgia

La nostalgia è un equalizzatore potentissimo:

  • attenua i difetti
  • amplifica le emozioni
  • trasforma un brano carino in un capolavoro

È lo stesso meccanismo per cui i cartoni della nostra infanzia sembrano migliori di quelli attuali.

Non erano migliori. Eravamo diversi noi.

L’industria musicale è cambiata

Prima la musica si scopriva: radio, negozi di dischi, amici, riviste.

Oggi: algoritmi, playlist, social, micro-generi che nascono e muoiono in tre settimane.

Il risultato è un sovraccarico di novità che può generare spaesamento. Quando non capiamo più il linguaggio musicale del presente, tendiamo a definirlo “inferiore”.

“Non ci sono più i musicisti di una volta”

In realtà ogni epoca ha i suoi virtuosi.

Oggi esistono:

  • producer che creano mondi sonori da laptop
  • batteristi con poliritmie impossibili
  • cantautori con scrittura raffinata
  • rapper con metriche da poesia sperimentale

Il problema non è che non esistano. È che spesso non li cerchiamo.

Il cervello ama ciò che conosce

La musica nuova richiede energia cognitiva. Quella familiare no: è comfort sonoro.

Il cervello, per natura, preferisce ciò che non deve decodificare.
Quindi quando ascoltiamo qualcosa di nuovo, spesso reagiamo così: “Non mi piace.”

Traduzione neurologica: “Non ho voglia di fare fatica.

Non è la musica che peggiora

La musica non è peggiorata. È cambiata, come cambiano tutte le arti vive. Siamo noi a cambiare con lei, anche se non sempre lo ammettiamo.

Ogni generazione ha la sua musica del cuore. Ogni generazione successiva la guarderà con incomprensione, ironia e un pizzico di superiorità.

È un ciclo eterno. E, in fondo, anche poetico.

La prossima volta che qualcuno dirà: “La musica di oggi fa schifo!”

Sorridi e pensa:
“Benvenuto nel club. La tessera è gratuita, ma l’autoironia è obbligatoria.”

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