Sanremo senza ascoltare i brani

Febbraio 10, 2026

Guida semiseria alle canzoni in gara a Sanremo

Sanremo è come il panettone a Natale: anche se ti fa venire l’orticaria, alla fine lo mangi.

E così, anche quest’anno, eccomi qui a dire la mia sui brani in gara al Festival di Sanremo… senza averli nemmeno ascoltati.

Perché? Perché non serve.

Dopo quarant’anni di Festival ho sviluppato un sesto senso infallibile.

Una specie di metal detector delle emozioni, tarato su autotune, cliché e modulazioni strategiche.

Il brano “intenso”

(alias: quello con l’arrangiamento in minore e il video in bianco e nero)

Lo riconosci subito.

Parte con un pianoforte malinconico, entra una voce tremolante e già immagini il cantante in controluce, con la pioggia sul vetro.

Il testo parla di un amore finito, di un padre assente o di un cane che non torna più.

Spoiler: al terzo ritornello entra l’orchestra.

A quel punto ti chiedi se stai guardando Sanremo o un film di Lars von Trier.

Il brano “upbeat”

(alias: quello che vuole farci ballare ma ci fa solo ondeggiare con imbarazzo)

C’è sempre.

Ritmo reggaeton, testo che dice “balla con me tutta la notte” almeno tre volte, drop costruito con un tutorial di GarageBand.

Il cantante ha 23 anni, 12 tatuaggi e un passato da influencer.

Il pubblico over 60 lo osserva come si guarda un UFO.

I giovani? Preferiscono l’originale su TikTok.

Il brano “manifesto”

(alias: quello che vuole cambiare il mondo in tre minuti)

Testo impegnato, sguardo fiero, outfit da guerriero urbano.

Si parla di diritti, ambiente, lotta, speranza. Tutto nobile, per carità.

Poi scopri che l’autore è lo stesso che l’anno scorso scriveva

“Baby, fammi volare come un drone”.

E allora la domanda sorge spontanea:

evoluzione artistica o marketing ben studiato?

Il brano “vintage”

(alias: quello che sembra uscito da Sanremo ’68, ma con più riverbero)

Arrangiamento swing, voce impostata, testo che parla di “una rosa sul davanzale”.

Il pubblico boomer applaude con le lacrime agli occhi.

I giovani pensano sia una cover.

Il cantante, intanto, si gode il suo momento Amarcord.

Il brano “sorpresa”

(alias: quello che nessuno si aspettava… e forse era meglio così)

Ogni anno c’è un outsider che sfida ogni logica musicale.

Strofa parlata, ritornello urlato, bridge in dialetto sardo.

Il tutto accompagnato da una coreografia che sembra uscita da un sogno di David Lynch.

La critica lo definisce “coraggioso”.

Io lo definisco “misterioso”.

Tipo il motivo per cui è stato selezionato.

Conclusione (seria, ma non troppo)

Il Festival di Sanremo è un rito collettivo.

Una liturgia pop.

Una sfilata di emozioni, ego e paillettes.

I brani?

Alcuni li ameremo.

Altri li dimenticheremo prima della pubblicità.

Ma va bene così.

Perché Sanremo non è solo musica:

è un’esperienza.

E ora scusatemi: vado a cercare il mio smoking con le paillettes.

Non si sa mai.



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