La presenza dell’hip hop al Premio Tenco riaccende il dibattito: i rapper possono essere considerati i cantautori del nuovo millennio? Tra rime, storytelling e nostalgici della chitarra acustica, proviamo a fare chiarezza.
C’è stato un tempo in cui, pronunciando la parola “cantautore”, si materializzavano immediatamente tre immagini: una chitarra, una sigaretta e un’espressione malinconica.
Oggi, invece, potresti trovarti davanti un ragazzo con una felpa oversize, una base prodotta su un laptop e milioni di stream.
E qui nasce il grande dibattito: i rapper sono i nuovi cantautori?
Quando artisti provenienti dall’hip hop e dalla urban music entrano in contesti tradizionalmente associati alla canzone d’autore, come il Premio Tenco, c’è sempre qualcuno che rischia un lieve mancamento.
Dobbiamo preoccuparci? Oppure dobbiamo semplicemente ammettere che il concetto di cantautorato è cambiato?
Che cosa significa davvero essere un cantautore?
In Italia abbiamo sempre associato il cantautore a una precisa iconografia.
Pensiamo a Fabrizio De André.
Pensiamo a Francesco Guccini.
Pensiamo a Francesco De Gregori.
Pensiamo a quei testi che ti obbligavano a consultare il dizionario almeno due volte, per capire se fossi di fronte a una canzone o a un esame di letteratura contemporanea.
Ma se togliamo la nostalgia e guardiamo alla definizione, il cantautore è semplicemente un artista che scrive e interpreta le proprie canzoni.
Fine.
Nessun regolamento universale della musica prevede l’obbligo di possedere una chitarra in legno, indossare un maglione a collo alto o aver letto Pavese.
Il cantautorato non è uno strumento musicale. È un modo di scrivere, interpretare e raccontare il mondo attraverso le canzoni.
E allora perché il rap dovrebbe essere escluso a priori?
Rap e canzone d’autore: che cosa hanno in comune?
Il rapper scrive. Interpreta. Racconta.
Spesso costruisce un immaginario personale, parla del proprio contesto sociale, utilizza figure retoriche, sviluppa un linguaggio riconoscibile e mette in musica esperienze individuali o collettive.
In pratica, fa molte delle cose che hanno fatto per decenni i grandi cantautori.
La differenza è che, invece di affidarsi a quattro accordi di chitarra, può utilizzare una base ritmica, campionamenti, sintetizzatori e una metrica serrata.
La forma cambia, ma la funzione narrativa può essere molto simile.
Naturalmente, non basta scrivere un testo in rima per diventare cantautore. Ma non bastava nemmeno accompagnarsi con una chitarra per esserlo.
De André avrebbe fatto rap?
Facciamo un gioco di fantasia.
Se Fabrizio De André fosse nato nel 2005, avrebbe necessariamente scritto e inciso gli stessi dischi degli anni Settanta?
Probabilmente no.
Ogni autore utilizza il linguaggio della propria epoca. Negli anni Sessanta c’era il folk, negli anni Settanta la grande canzone d’autore, negli anni Ottanta i sintetizzatori, negli anni Novanta il rock alternativo.
Nel nuovo millennio, il rap è diventato uno dei linguaggi principali attraverso cui una parte della musica racconta la realtà.
Non significa che tutti gli artisti debbano adeguarsi al suono del momento. Significa che il linguaggio musicale si evolve e che gli autori possono scegliere strumenti diversi per esprimere la propria visione.
La domanda, quindi, non è se De André avrebbe usato una drum machine.
La domanda è: se un artista oggi racconta il proprio tempo attraverso il rap, perché dovremmo considerarlo meno autore di chi lo faceva attraverso una chitarra?
Perché la presenza del rap al Premio Tenco fa discutere?
Diciamoci la verità: spesso il problema non è soltanto artistico. È anche generazionale.
Quando un rapper entra in un contesto tradizionalmente associato alla canzone d’autore, qualcuno reagisce come se avesse parcheggiato un monopattino elettrico davanti a una trattoria del 1954.
Non è necessariamente una questione di qualità. È una questione di abitudine.
Tendiamo a riconoscere come “autentica” la musica che somiglia a quella con cui siamo cresciuti. E facciamo più fatica a riconoscere lo stesso valore in linguaggi nuovi, soprattutto quando cambiano suoni, estetica e modalità di fruizione.
Ma la storia della musica è piena di generi che, prima di diventare parte del panorama culturale, sono stati considerati una minaccia o una moda passeggera.
La presenza dell’hip hop in manifestazioni dedicate alla canzone d’autore può quindi essere letta anche come il segnale di un cambiamento: il cantautorato non è rimasto fermo, perché non è rimasta ferma la musica italiana.
I rapper raccontano storie: lo storytelling nell’hip hop
Una parte del rap contemporaneo possiede una forte capacità narrativa.
Biografie, quartieri, conflitti familiari, disagio sociale, immigrazione, periferie, successo, cadute e riscatto.
Sono gli stessi materiali che hanno alimentato molta della grande tradizione cantautorale italiana.
Il rap può raccontare una storia personale, descrivere un ambiente, mettere in scena personaggi, fotografare contraddizioni sociali o dare voce a esperienze che raramente trovano spazio altrove.
Lo storytelling è uno degli elementi che avvicinano alcuni rapper alla canzone d’autore: non si tratta soltanto di trovare rime efficaci, ma di costruire un punto di vista.
E quando una canzone riesce a raccontare qualcosa del mondo, a farlo vedere da una prospettiva nuova o a lasciare una traccia nella memoria di chi ascolta, siamo già dentro una delle funzioni più importanti della musica d’autore.
Attenzione: non tutto il rap è cantautorato
Qui bisogna essere intellettualmente onesti.
Dire che alcuni rapper possono essere considerati cantautori non significa sostenere che tutto il rap sia automaticamente canzone d’autore.
Esistono rapper straordinari.
Esistono rapper mediocri.
Esistono canzoni profonde.
Esistono canzoni che sembrano scritte tra una notifica Instagram e una partita alla PlayStation.
Esattamente come accade nel pop, nel rock e nella canzone d’autore tradizionale.
La qualità non dipende dal genere musicale. Dipende da ciò che l’artista riesce a fare con quel linguaggio.
Un brano rap può essere una grande opera di scrittura, così come una canzone accompagnata dalla chitarra può essere vuota e prevedibile.
Il genere, da solo, non è una garanzia di valore artistico.
Il Premio Tenco sta fotografando la musica italiana di oggi?
La presenza dell’hip hop in contesti dedicati alla canzone d’autore può essere letta come una fotografia del presente.
Una parte significativa della narrazione musicale italiana passa oggi attraverso il rap. Ignorarlo sarebbe come organizzare un festival sul cinema contemporaneo fingendo che non esistano le piattaforme streaming.
Questo non significa che il rap debba sostituire la tradizione cantautorale, né che ogni artista urban debba essere riconosciuto come autore.
Significa, più semplicemente, che il panorama musicale si è ampliato e che le categorie con cui lo raccontiamo devono essere capaci di evolvere.
Il Premio Tenco, come ogni riconoscimento culturale, può diventare anche uno spazio in cui discutere di cosa intendiamo oggi per canzone d’autore.
E forse è proprio questo il bello: la discussione dimostra che la musica continua a mettere in crisi le definizioni.
Quindi, i rapper sono i nuovi cantautori?
La risposta più corretta è: alcuni sì.
Non perché abbiano sostituito De André, Guccini o De Gregori. Quelli restano giganti irripetibili.
Ma perché alcuni rapper stanno svolgendo una funzione simile: raccontare il proprio tempo attraverso le parole, costruire un immaginario e dare forma a esperienze personali e collettive.
Il cantautorato non è mai stato una questione di chitarre, baffi o maglioni a collo alto.
È una questione di visione.
Se un artista riesce a raccontare la società, costruire storie e lasciare tracce culturali, poco importa se lo fa accompagnato da una Martin acustica o da una drum machine.
Anche perché, diciamocelo: se oggi Bob Dylan si presentasse in una major con 400 parole per strofa e una base trap, probabilmente qualcuno lo definirebbe un rapper impegnato.
E forse avrebbe pure ragione.
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