Giudici e giudicati: riflessioni sui talenti e l’ossessione valutativa nella nostra epoca

Ottobre 4, 2023

Prendiamo spunto dal recente “j’accuse” di @paolomeneguzzi verso i giudici di #xfactoritalia, rei di avere “maltrattato” con eccessivo sarcasmo le sue RAGAZZEPUNK, per aprire un dibattito sull’attendibilità di chi viene scelto come giudice dei talent e sull’utilità di tali opinioni a favore delle nuove generazioni.

PUO’ GENTE CHE NON HA MAI GIOCATO A CALCIO, ALLENARE UNA SQUADRA? … si accade frequentemente e anche con ottimi risultati.

PUO’ GENTE CHE NON HA MAI PRODOTTO UN DISCO (QUANTOMENO DI SUCCESSO), DIVENTARE GIUDICE DI UN TALENT MUSICALE? …si anche questo accade di frequente.

Sono passati esattamente dieci anni dal giorno in cui TRICKY (pseudonimo di Adrian Nicholas Matthews Thaws, musicista noto per il suo canto sussurrato che contrassegnò fortemente il trip hop di matrice anglosassone) dichiarò di essere disposto a partecipare X Factor allo scopo di farsi giudicare da “personaggi scarsamente attendibili” per poi sfidarli ad entrare in studio con lui per vedere chi fosse più bravo a produrre un EP (vedi articolo su #rockol del 31 maggio 2013).

La verità è che tutti noi viviamo in preda ad una sorta di ossessione valutativa al punto che spesso si rasentano anche livelli feticistici piuttosto alti.

Ovviamente non mi riferisco unicamente alla smania da “like” o “pollici all’insù” così di moda sui social, ma soprattutto a tutto ciò che riguarda il nostro quotidiano come per esempio le valutazioni  a cui sono costantemente sottoposti ristoranti, taxi, gli hotel, o addirittura il livello di affidabilità legato ai trasporti pubblici, anche loro sottoposti ad uno spietato rating di giudizio presente ovunque.

Il massimo del godimento lo si raggiunge però guardando qualcuno che giudica qualcun altro, come se ci trovassimo appollaiati in una sorta di tribuna, un osservatorio privilegiato che ci permette di giudicare chi giudica e chi è giudicato. Da questo punto di vista i talent di canto, di cucina o di ballo che siano, rappresentano un terreno fertilissimo per dare sfogo alla nostra ossessione preferita, quella legata alla attrazione che suscita in noi l’ascolto dei giudici e l’osservazione dei concorrenti sottoposti alla loro sprezzatura, alla loro condiscendenza, al loro sporadico plauso.

Ma attenzione, se è vero che il talent è una sorta di rito moderno, dobbiamo anche riconoscere quanto il suo meccanismo parli della nostra epoca, di noi e del sentirci continuamente misurati e soppesati. Nell’osservare i partecipanti esaminati con il massimo della severità, assaporiamo il sollievo di non essere, almeno per stavolta, al loro posto. E quando la grazia scende su uno di loro, ecco che il sollievo sale a livelli esponenziali, rafforzato dal sapere che questa stessa grazia potremmo essere noi, la prossima volta, a riceverla.

Ma a voi non viene spontaneo pensare a quanto i nostri figli siano davvero costretti a immaginare gli anni di formazione come un addestramento inevitabile, come l’imitazione di un’esistenza adulta che poi tenteranno di esorcizzare la sera, guardando dei talent in tv?

Non pensate anche voi come me che ai ragazzi non serva un addestramento, ma un campo libero, in cui sperimentare (con meno giudizio possibile), il sapere, la creatività, la latenza e l’indeterminatezza di un’età che tra poco non riavranno più?

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